Visualizzazione post con etichetta creative. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta creative. Mostra tutti i post

lunedì 22 aprile 2013

EVIAN BABIES 2

Tornano i bambini terribili di Evian. Babyrollers è uno degli spot più virali di sempre.
Questo oggi me l'hanno già girato tre volte. Bello pure lui. Ha già 12 milioni di views.
Chapeau.





mercoledì 7 novembre 2012

giovedì 12 luglio 2012

LE OLIMPIADI, LE MAMME E I BAMBINI



P&G ha deciso di cogliere l'occasione delle Olimpiadi per cambiare il suo stile di comunicazione, di solito molto prodotto-centrico. Dopo The best job, il commercial creato da Wieden & Kennedy, ecco Kids. Tutti gli atleti che stanno arrivando a Londra tra ali di folla e schiere di fotografi sono bambini. Boxeur, sollevatori di pesi, tuffatori, ginnaste (queste sono davvero bambine anche nelle Olimpiadi vere), nuotatori. Anche se si comportano da adulti, hanno la cravatta, leggono il quotidiano negli spogliatoi, si fanno la barba, sono tutti al massimo dodicenni. Perché?

martedì 12 giugno 2012

UNO DI QUESTI VINCE IL GRAND PRIX A CANNES. MA QUALE?



A una settimana da Cannes, il Gunn Report ha scelto questi venti film: alcuni sono classici commercials, altri sono web video, altre sono operazioni integrate. Vederli è un piacere.
Ci sono storie fantastiche, come quella di Esteban il tiratore di Doritos, o dell'orso di Canal+.



Meraviglie visive come Chipotle.


Racconti epici, come Michael.



Narrazioni attraverso i social media, come Dear Sophie.



Crazyness, come Shake on it.



Sorpresa, come Bikers.



Insight memorabili, come Walk of Shame.



Emozioni, come Long Wait.



E intelligenza, come Three Little Pigs, che ho messo in testa.
Il Gunn Report mi chiede di votare. Ma al momento sono incerto: troppa roba bella.
Li devo rivedere. 




lunedì 16 aprile 2012

I QUARANTASEI COMPLEANNI DI TIPP-EX 2.


Difficile fare il bis con un virale. Nel 2010 Tipp-ex A hunter shoots a bear aveva fatto furore: oltre 20 milioni di views su Youtube. Ci hanno messo due anni per farsi venire un'altra idea, ed eccola qui. Il compleanno del 2012 è minacciato dalla solita profezia sul meteorite che distruggerà la terra - spunto deboluccio. Ma il meccanismo interattivo non è male: scegli un altro anno. Io ho provato il mio anno di nascita (che non svelerò), il 2000, belloccio, il 2001, scontato, il 1920, prevedibile, il 1980, bello bello, il 2020, scontatissimo, e il 3000. I video sono 46, non credo che li guarderò tutti. Ma già stamattina era a 3 milioni di views, e postato tre volte nella mia pagina facebook. Bis riuscito.

mercoledì 7 marzo 2012

UN CARTELLONE DOVE I PICCIONI NON SI POSSONO POSARE


Dove si posano gli uccelli? Sui fili dell'alta tensione, sulle statue nel parco, e sopra i cartelloni pubblicitari.  Almeno finora. Via Copyranter

giovedì 23 febbraio 2012

IL CLIENTE AVREBBE CHIESTO UNA MODIFICA



Ce n'è tutta una serie. Il mio preferito è quello del fazzoletto di carta con il layout appuntato. Il più brillante è il baby casting. Ma il più vero è quello delle modifiche chieste dal cliente.





2012 Dallas Addys





mercoledì 10 agosto 2011

29 MODI PER RIMANERE CREATIVI, MA NE BASTANO 3.

Eco ha scritto un libro sulla vertigine della lista. La lista sarebbe il modo con cui noi classifichiamo la realtà, e in ultima analisi la comprendiamo.
Ci sono le liste come classifiche. In Alta fedeltà, di Nick Hornby, i commessi del negozio passano il tempo a fare la classifiche dei primi 5 di qualsiasi fenomeno della discografia rock.
Poi c'è un altro tipo di lista: quella dei precetti. A cominciare dai 10 comandamenti. Le liste di consigli regnano nelle riviste, specie quelle femminili. Ce ne sono di tutti i generi.
Qui abbiamo 29 modi per rimanere creativi. Il primo è 'Compila liste'.
Li ho appena letti, e non me ne ricordo nemmeno uno. 29 sono troppi, dai, e ce ne sono almeno una ventina futili, come fai delle pause, canta nella doccia, leggi il dizionario, divertiti. Li rileggo.
Io le ridurrei a tre: Rompi le regole, fai errori, prendi rischi.
Ma non sono la stessa cosa?

mercoledì 4 maggio 2011

FAILURE WINS



Anche se il suo motto è 'Embracing failure from 1998', Wieden + Kennedy è riuscita a vincere in poche settimane il Webby Award e il Creative Review. Oltre che 5 gold alle British Arrows
Quest'ultima giuria ha nominato la W+K Agenzia dell'anno, proclamando che 'Our winner this year has really delivered in all aspects of modern advertising', citando tra i suoi lavori Nike Write the future, Nokia Dot, Poodle Loop e Old Spice Responses. 
Tra i vincitori del Webby, le stesse Responses e la campagna integrata Old Spice. 
Da sbobinare gli altri vincitori. Cannes è vicina. 

martedì 29 marzo 2011

NIKE BETTER WORLD



I rubamatic li abbiamo fatti tutti. Questo però è fatto solo con pezzi di spot Nike. Solo il testo è nuovo, ed è incastrato alla perfezione. Il risultato: brividi.

Don't tell us what we can't do.
Don't tell us not to dream big, fat, hairy, audacious, dreams.
Like making the world better through sport.
Sport is our passion. Sport inspires hope, instils discipline, reduces depression and disease.
Araises self confidence. Raises awareness.
Rallies communities. Defines nations. Defies gravity and denies prejudice.
Sport laughs in the face of racism and flicks a towel on sexism's ass and kick sand in the face of discrimination.
It makes neck hairs stand to attention
Hell, it's even been known to stop wars.
That's a pretty impressive resume.
Sport, you're hired.
We won't rest until every living breathing person on this planet has access to it.
We won't stop making the best gear to propel humanity forward,
without wrecking our global playground in the process.
We will do good with a vengeance.
And to all the cynics and the naysayers, we're going to make the world better for you anyway.
Because like sport, we don't discriminate.
We've made the world better
but we still want a better world.
Nike Better World.


http://www.nikebetterworld.com/

venerdì 25 febbraio 2011

ANATOMY OF A GREAT (NO) IDEA


Jung von Matt, agenzia che spesso riesce a sorprendermi, stavolta ha fatto autogol. Questo annuncio vorrebbe essere l'anatomia di una grande idea, e invece gli mancano esattamente tutte le qualità di una grande idea: insights, momentum, innovation, pop culture, eccetera eccetera. La lampadina come simbolo dell'idea è banale e frusta. Questo dimostra che non serve a nulla sapere com'è una grande idea, per averla.

Advertising Agency: Jung von Matt, Stockholm, Sweden
Creatives: Daniel Forero, Leon Phang


giovedì 13 gennaio 2011

VERA PELLE O VERO PELO?

E' un promo del film di Cetto La Qualunque sul 'pilu'? No, è il calendario realizzato dal genialone Oliviero per il Consorzio Vera Pelle, che sta già suscitando il solito polverone. La Regione Toscana ha chiesto il ritiro del calendario, allegato a Rolling Stones. La ministra alle pari opportunità Mara Carfagna ha chiesto l'intervento del gran giurì. Che ha già ingiunto di desistere dalla pubblicazione.  Il direttore di Rolling Stones, ovviamente, ne fa una battaglia ideologica: "In Italia regna la doppia morale. A casa di Oliviero Toscani e di 'Rolling Stone' invece no. Nei media nostrani da trent'anni la rappresentazione del corpo femminile è oltraggiosa, barbara, troglodita, a partire dai calendari diffusi dalle riviste maschili con le solite giovani signorine ritratte come cagnette pronte ad essere possedute". Non è che abbia torto. Ma se dice così per giustificare una esibizione ancora più volgare, allora diventa non credibile. 
Infuria la polemica, ancora prima della presentazione, che sarà stasera alle 18. Intanto Toscani se la ride, perchè è riuscito ancora una volta a far parlare di sè. Tra l'altro, con un'idea riciclata, perchè sembra che le immagini in questione siano già state utilizzate da Toscani in una passata edizione della Biennale di Venezia. 


giovedì 18 novembre 2010

CONDOM - NO CONDOM




L'anno scorso la Metropolitan Police di Londra lanciò, con AMV BBDO, Choose a different ending.  Una storia interattiva sull'uso del coltello tra gli adolescenti raccontata su youtube, con la possibilità di fare delle scelte come: prendo il coltello/non lo prendo, partecipo alla rissa/non entro, pugnalo/non pugnalo. Bello e scioccante. Il caso ebbe grande successo, fece il giro del mondo e vinse anche un Leone a Cannes. Ora, con lo stesso format,  NHS Bristol ha lanciato questo Condom-Nocondom. Ieri ho tentato di guardarlo ma si bloccava. Ci sono anche state polemiche, e oggi per vederlo occorre 'sign-in'. E quindi l'ho visto. Non mi convince. Mentre la storia del coltello era drammatica e coinvolgente, e anche nuova, nel senso che, almeno a me, mostrava qualcosa che non sapevo, questa è talmente didascalica che non sorprende nessuno. Ma non è l'unico problema. E' proprio goffo il racconto. La ragazza sembra un'adescatrice. Il momento del condom-no condom è molto meccanico. E alla fine sembra un allegro invito agli adolescenti a fare sesso, basta che ci sia il condom. Non mi sembra il messaggio giusto. Ma io non sono il target. 
Purtroppo. 

giovedì 11 novembre 2010

36 MODI PER NON SMETTERE DI FUMARE

La FDA ha diffuso una raccolta di 36 messaggi per scegliere i 9 che appariranno il prossimo anno sui pacchetti di sigarette. Si possono vedere qui. Ci sono molte immagini stravecchie - i polmoni pieni di cicche, le bare, i cadaveri all'obitorio - che ormai non fanno più effetto a nessuno. Non che siano particolarmente forti: qualcuno suggerisce di gogglare Cigarette Warning Labels per trovarne di molto più crude.

La questione resta molto controversa. Ci sono ricerche secondo cui i messaggi 'terroristici' sono inefficaci, perchè vengono ignorati intenzionalmente. Oppure che paradossalmente i messaggi spaventosi rinforzano il comportamento sbagliato. In Italia hanno messo in vendita adirittura dei porta-pacchetto che nascondono le immagini sgradevoli. Io credo che sia meglio suggerire un comportamento differente, piuttosto che spaventare. Come la famosa campagna americana del 'designated driver' per prevenire la guida sotto effetto dell'alcool. Meglio un insight intelligente. Come per ogni buona pubblicità.

giovedì 14 ottobre 2010

TNT. ONE SECOND MOVIE


Questa è una delle classiche notizie che fanno il giro del mondo nei blog, che però nessuno verifica effettivamente: il film più breve del mondo – 1 secondo - nascosto in un francobollo. Grazie alla stampa lenticolare (che roba è?), ruotando il francobollo lentamente (cioè in 1 secondo) si vede la nota (mai sentita) attrice olandese Carice van Houten che morde un dito maschile, davanti a un mulino a vento. Una assoluta sintesi della olandesità in un secondo: una bella ragazza, un mulino a vento, un'azione strampalata ma vagamente hard. L’agenzia KesselsKramer si è ispirata per il soggetto a un altro francobollo, del 1951. Adesso che ci penso, visto che TNT è nostro cliente in Italia, potrei chiedere di vedere il francobollo. Chiedere materiali ai clienti è sempre piuttosto complicato, non si sa perché. Però potrei dire che mi basta dargli un’occhiata veloce, massimo un secondo.

1 second film on Dutch stamp by Anton Corbijn from KesselsKramer on Vimeo.

mercoledì 29 settembre 2010

SCARPE

Un video musicale per le nuove camper.


Advertising Agency: Swing Swing, USA
Production Company: The Kitchen films
Director: Luis López
Creative Director: Judith Francisco
Copywriter and song: Adolfo Pahissa
Art Director: Gabriel Da Silva


Una campagna demenziale per le nuove Diesel






Advertising Agency: Santo, Buenos Aires, Argentina
Creative Director: Maximiliano Anselmo, Luigi Ghidotti, Pablo Minces, Sebastian Wilhelm

venerdì 3 settembre 2010

SHOOT/DON'T SHOOT

Per ricominciare, una versione youtube di Subservient Chicken, con dentro anche un po' di Warioland, Choose a Different ending e forse anche John West Salmon. Bisogna prima scegliere se parare o non sparare, poi aspettare che il tipo cancelli con il Tippex, poi scrivere un comando. E' un po' lento, ma divertente. E' già andato in testa alla classifica di viral chart.

Agency : Buzzman

venerdì 26 marzo 2010

AI TEMPI DI LELE E PASQUALE


E' talmente ben scritto questo ricordo di Till Neuberg, postato oggi sulla lista dell'ADCI, che lo riporto integralmente.

'Come già hanno fatto altri amici e colleghi, anch'io voglio evitare di dire
cose note (la carriera, le campagne, i premi, le sue agenzie - che erano già
mito quando la maggior parte dei colleghi stavano ancora cercando la propria
strada). Pertanto provo a condividere alcuni momenti grazie ai quali la mia
vita professionale - ma non solo quella - è stata spiazzata e valorizzata da
Emanuele. A volte col botto, ma nella maggior parte dei casi, con garbo e
discrezione.

La prima volta che avevo sentito parlare di lui, era quando la réclame
italiana stava compiendo i primissimi passi per uscire dal populismo naïve
(e io stavo vivendo la mia mutazione mentale e professionale dalla grafica
verso la pubblicità). La prima agenzia che ci aveva provato, era un posto
chiamato Itamco che la Young & Rubicam americana aveva appena rilevato. I
nuovi proprietari avevano deciso che il talento individuale/casuale di
qualche dirigente locale, non bastava più. Imposero che a menare le danze
che oggi chiamiamo "creative", fosse un personaggio forte, colto,
possibilmente straniero. La scelta cadde su Geoffrey Tucker, uno stratega di
lavoro inglese particolarmente bravo nell'individuare, spingere e spronare i
giovani talenti. Era molto navigato nella politica del suo paese. Grazie a
lui, nel 1970 Edward Heath sarebbe poi stato eletto primo ministro della
Gran Bretagna.

A Milano, alla Y&R in piazza Duse 2, Tucker guidò una sorta di dream team
creativo: come art, c'era un giovanissimo wunderkind tedesco di nome Michael
Göttsche e due copy, Emanuele Pirella e Matteo Lamacchia. Facevano campagne
che per gli standard italiani allora erano autentiche rinascite di stile e
di buon gusto. Le prime marche per le quali applicavano quel loro savoir
faire, erano prodotti di largo consumo: Plasmon, Gancia, Dreher, Knorr. Per
gli spot potevano contare su una vera tv producer. Olga Aulenti, sorella
dell'architetta, non era la solita "capoufficio cinema" (come si chiamavano
allora), ma una persona moderna e colta che disprezzava cordialmente
Carosello. Era una squadra di amici, compatta, a volte persino affettuosa -
non solo lavorativa.

Come si dice in questi casi: "Il resto è storia".

Una storia che riguarda una parte rilevante dei creativi italiani. In
rigoroso ordine alfabetico, cito i nomi di quelli che in modo sempre
incisivo e indelebile avevano legato gran parte della loro vita alla persona
e alla personalità di Emanuele (mi perdonino tutti quelli che in questo
momento non mi tornano in mente, saranno almeno il doppio!):

Dario Alesani, Sandro Baldoni, Andrea Bayer, Isabella Bernardi, Francesco
Bozza, Massimo Carraro, Aldo Cernuto, Enrico Chiarugi, Stefano Colombo,
Marco Cremona, Bruno Ferlazzo, Roberto Gariboldi, Michael Göttsche, Emilio
Haimann, Matteo Lamacchia, Giancarlo Livraghi, Mauro Manieri, Marco
Massarotto, Umberto Mauri, Livio Mazzotti, Lele Panzeri, Roberto Parisi,
Pino Pilla, Roberto Pizzigoni, Enrico Maria Radaelli, Daniele Ravenna,
Paolo Rossetti, Roberta Sollazzi, Enzo Sterpi, Aldo Tanchis, Annamaria
Testa, Agostino Toscana, Pietro Vaccari, Giampiero Vinti, Köbi Wiesendanger,
Nicola Zanardi.

Pirella ha sempre sottolineato con orgoglio che, nella pubblicità, il suo
primo e grande maestro è stato Tucker. Nella letteratura erano Gadda,
Vittorini, Calvino e, ovviamente, Flaiano.

Nello stile e nei rapporti s'ispirava palesemente a Bernbach.

Da questo punto di vista, il suo unico e grande antagonista è stato Pasquale
Barbella. Un giorno, il loro lungo testa a testa di qualità, di ambizioni,
di stile, era sfociato in un'autentica dichiarazione di stima (quasi
d'amore) di Pasquale quando pubblicò un annuncio con la head: "Perché
Pirella è meglio di Barbella"... e giù una bodycopy che ci aveva deliziati
tutti quanti. Come "brand" Pirella, Pasquale parafrasò visivamente
nientemeno che il mitico logo Pirelli (con la P allungata).

Se nel ciclismo in Italia c'erano Bartali e Coppi, nel cinema la Lollo e la
Loren, nel calcio Rivera e Mazzola, noi della pubblicità "avevamo" Lele e
Pasquale.

Dire "avevamo", è una metafora un po' paradossale - perché in realtà quei
due avevano noi. La fila di creativi che furono intervistati da "quei due",
era sempre lunga così. Poter dire "lavoro con Pirella" (o Barbella) era come
esibire una Gold Card. Ma tutti e due avevano un vezzo: i "nuovi" creativi
preferivano inventarseli loro. Gli piaceva intervistare giovani vogliosi,
parlare con studenti disorientati, fargli domande cattive. Scoprire talenti
inattesi, era cento volte più appagante che assumere delle star. Se volevano
fare il copy, guai a presentarsi senza avere già scritto cose rilevanti (non
necessariamente di pubblicità). Il disprezzo per le giovani leve che non
leggevano e non scrivevano tanto, sempre, ovunque e comunque, poteva anche
raggelare di colpo il colloquio.

Se l'anomalia tutta italiana di investire oltre la metà dei budget nella tv,
è stata in qualche modo mitigata, lo dobbiamo anche a Pirella. Senza la sua
passione per l'inventiva concettuale, visiva e verbale, molti periodici
sarebbero spariti già una quindicina d'anni fa. Quando persino il negozietto
sotto casa, sognava solo di apparire in tv, resistere, resistere, resistere
per fare buone campagne stampa, era un suo modo disperato, eroico, cocciuto,
per non soccombere allo strapotere di Mediaset. La circostanza è racchiusa
in un episodio che Pirella (in un'intervista raccolta da Rossella Pizzera
per il "Latore della presente" - testata di una newsletter ADCI inventata da
lui, come peraltro, il nome e il logo del periodo trade "Nuovo"), ha
raccontato così: «Publitalia offriva ai clienti le campagne TV già girate,
quindi cominciava a essere una specie di competitor per le agenzie. Così fu
organizzata all¹Hotel Gallia una cena riservata ai soci, a cui partecipò
anche Berlusconi. (...) Quella sera Berlusconi ci venne a raccontare che non
era vero, che non avevano mai fatto campagne, ma che se le avevano fatte non
le avrebbero fatte mai più. Certo che Berlusconi che veniva a scusarsi, che
chiedeva l¹iscrizione al Club, e per questo era disposto a pagare 500 mila
lire, era una cosa curiosa».

Un altro episodio me l'aveva raccontato proprio lui. Erano gli anni del
rampantismo, agli inizi degli anni '80. Emanuele era già un mito, insieme a
Barbella, Mignani, Sanna e Annamaria Testa era uno dei pochi pubblicitari a
essere ripetutamente citato e intervistato dalla cosiddetta stampa periodica
d'opinione. Per una breve vacanza fuori stagione, Emanuele si trovava in una
paese africano (forse era Agadir, non ricordo), in un bell'albergo. Leggendo
tranquillamente la sua abituale Repubblica accanto la piscina, gli si
avvicinò un omone cicciotello, con aria tra il sorridente e il minaccioso:
«Anche qui?» Era Craxi.

In un breve colloquio il politico provò a incantarlo, a portarlo "dalla sua
parte". All'epoca il leader socialista non era ancora pubblicamente
compromesso per le sue ruberie, gran parte dei progressisti del paese lo
consideravano ancora un innovatore. Pirella mi fece capire che dal punto di
vista professionale rifiutare la complicità di Craxi non era facile, ma che
in sostanza quell'uomo gli faceva paura. Il suo sorriso non era solare, ma
un po' troppo vicino a un ghigno.

Solo pochi anni dopo (nel 1985), io stesso fui indirettamente coinvolto come
produttore e regista in quella vicenda: per lo storico cliente Repubblica,
Aldo Cernuto e Roberto Pizzigoni avevano pensato una campagna a sua volta
"storica": nei due soggetti stampa che ricordo, si vedevano il Papa e Craxi
con aria annoiata e sonnolenta. Headline: «Repubblica sveglia l'Italia».
Nello spot c'era un boiardo politico (anonimo) appisolato che dopo alcuni
discreti hm hm hm, veniva svegliato brutalmente dal suo maggiordomo (o messo
istituzionale) con un fragoroso sbattimento di Repubblica sulla sua
scrivania. In occasione del breve PPM, Emanuele si affacciò per una sola
battuta: «Vedrai, ci divertiremo!»

Infatti, ci siamo divertiti un sacco.

Parecchi anni prima, Emanuele mi telefonò personalmente per chiedermi: «Hai
presente Krusciov che alle Nazione Unite, per protestare, si toglie la
scarpa e la sbatte ripetutamente sul leggìo?» Era una scena mitica che tutti
quanti avevamo visto e rivisto un sacco di volte alla tv. Durante un
incontro con Luciano Benetton che aveva appena acquisito il "Calzaturificio
di Varese", Emanuele aveva inventato, al momento, uno spot dissacrante con
la citazione video di quella scena. Al cliente piacque subito e,
naturalmente, anche a me. Il guaio era che quella famosa scena era sparita
da tutti gli archivi possibili di tutto il mondo. I servizi segreti di
Breznev avevano fatto un ottimo lavoro. Scambiammo centinaia di telefonate e
telegrammi con decine di archivi, libraries, cinegiornali, con le stesse
Nazioni Unite, persino con ambasciate e alcuni centri di documentazione
militari. Ci ricordammo che la scena era anche inserita in un mitico
documentario dal titolo "Atomic Cafè". Era sparita anche da lì. Quando ne
parlai a Emanuele, la sua risposta fu laconica: «Se ho interpellato un
produttore svizzero - e non italiano - l'ho fatto perché mi serviva un
coltellino multiuso». Negli anni '70 non c'erano ancora gli effetti
digitali. L'unica possibilità era ricostruire e rigirare quella scena. Il
miglior sosia di Krusciov lo trovai a Londra. Di mestiere faceva il
lottatore. Assomigliava moltissimo al suo collega (russo, pelato, cattivo,
come lui) che Kubrick aveva usato nella famosa scena della rissa nel suo
"Rapina a mano armata" con Sterling Hayden.

Il lottatore finto ucraino faceva benissimo la sua parte. Tutto funzionò.
Dopo la presentazione a Benetton, Pirella mi telefonò per prendermi in giro:
«Tutto bene. Meglio dell'originale».

Un'altra volta gli produssi un "codino" di soli 10 secondi per la RAS. Lo
script prevedeva un turista imbranato che in mezzo al deserto era riuscito a
scontrarsi con l'unica palma che si vedeva nel giro di chilometri. Girammo
alle Canarie. Per spostare e posizionare una palma in mezzo alla sabbia, ci
voleva l'elicottero e un permesso speciale. Per non portarlo apposta
dall'Italia, l'unico Maggiolino in zona lo trovammo su un'isola vicina, via
nave. Quella follia di pochi secondi costava come produrre un grande spot.
L'unico "risparmio" fu la presenza dell'elicottero che con i suoi rotori
serviva anche per togliere le nostre impronte dalla sabbia.

Alla presentazione (con account, producer, creativi) Emanuele arrivò in
ritardo. Il cliente non voleva aspettare e insistette per vedere subito lo
spot, anche senza di lui. Fu un disastro. «Per girare questa stupidata ci
avete fatto spendere tutti quei soldi? Ma non potevate andare in Sardegna, o
proporci un altro spot? Io questa roba non ve la pago!» A questo punto,
calmo e sorridente, entrò Emanuele. Nonostante non avesse mai visto primo lo
spot, disse serafico al cliente: «Solo dieci secondi, ma forse valgono più
di trenta... vediamo!». Alla fine approvò. Lui - non il cliente. E aggiunse:
«Ha visto, carino, convincente, perfetto!» Il cliente lo ringraziò,
complimentandosi per l'ottimo lavoro.

Oggi, per situazioni del genere scomodiamo paroloni come guru, adrenalina,
carisma. In realtà le cose sono molto più semplici: la cultura (quella vera,
non quella del gossip e dei quiz), quando si combina con il common sense e
con un'adeguata porzione di cattiveria, non si fa mai mettere sotto dalla
mediocrità, dai burosauri.

Un'altra volta un suo cliente faceva il furbo e per mesi e mesi non aveva
pagato la mia casa di produzione. Ero fuori per un bel po' di soldi. Siccome
si era trattato di un giro piuttosto complesso tra l'agenzia,
un'associazione che lavorava nel sociale e Mediaset, alla fine mi rivolsi a
lui. Mi ascoltò pazientemente e chiamò il suo responsabile amministrativo
(che non era un contabile qualsiasi, ma il suo consulente finanziario,
lucido e competente). E Lele gli disse: «Vediamo come possiamo risolvere
questa faccenda». Dopo tre giorni ebbi i soldi. Me li aveva anticipati lui.

L'ultimo volta l'ho visto di persona, alle otto di sera, a parlare con
l'altro Lele nella sua "Scuola". Discutevano del peggior cliente che in
assoluto può capitare a un creativo (un leader di mercato, presuntuoso,
notoriamente ignorante, ma che aveva quasi sempre avuto la sfacciata fortuna
d'imbattersi in agenzie di qualità). Beh, intravedendo, per un breve, fugace
saluto, il grande Pirella a perdere tempo per un clientaccio di quel tipo,
m'era venuto il magone. Ma come, mi ero detto, perché uno come lui non se la
spassa a divertirsi solo con clienti di qualità? O a scrivere libri? O a
tenere conferenze strapagate?

E invece no.

Emanuele era un lottatore. Gli piacevano le sfide. Anche quelle dure. Amava
esprimersi con (a volte, micidiale) ironia, a voce bassa, spesso in modo
laconico. Sapeva anche ascoltare - rarissima qualità. Era (facile a dirsi
oggi) un gentleman duro.

E' un paradosso, ne sono sicuro, che avrebbe apprezzato. Till

martedì 23 marzo 2010

EMANUELE PIRELLA. DIECI E LODE.


Oggi è scomparso Emanuele Pirella. Aveva 70 anni. E' il creativo italiano che ho sempre ammirato di più. L'unico a cui Adland ha dedicato tre pagine.

Dal sito dell'Art Director Club:

30" di silenzio per Emanuele Pirella

"La scomparsa di Emanuele Pirella ci ha colti di sorpresa e ha turbato profondamente me come tutte le persone che hanno avuto il privilegio di conoscerlo" dichiara Marco Cremona, presidente dell'Art Directors Club Italiano "L'ultima volta l'ho visto l'estate scorsa sul suo gozzo a Portofino, felice di godersi la salsedine ligure... voglio ricordarmelo così."

Emanuele Pirella era tra i Soci Fondatori dell'ADCI nel 1985 – è stato anche presidente nel 1989 – e ha rappresentato un punto di riferimento per 3 generazioni di creativi. Se oggi quasi 200 tra i migliori creativi italiani possono fregiarsi della qualifica "Socio ADCI" è in gran parte merito suo, che ha saputo individuare e valorizzare tantissimi giovani talenti.

"A nome di tutto il Club" prosegue Cremona "voglio dedicare 30" secondi di silenzio – il formato classico di uno spot – a uno dei più grandi pubblicitari che il nostro Paese ha mai avuto. Ciao, Emanuele".

Till Neuburg, consigliere ADCI, lo ricorda così: "Emanuele è stato uno dei primi italiani ad avere capito che la pubblicità non è solo tamtam e volantinaggio. In anni lontani, uno dei primi ad aver superato (con i fatti) il provincialismo di Carosello. Uno dei primi ad avere apprezzato lo stile, l'eleganza, il senso del humour.Perché Emanuele era un uomo di cultura.
Leggeva e scriveva molto. Quando parlava, parlava piano. Ma forse proprio per questo, era molto convincente - senza essere un venditore.
Ho avuto parecchie occasioni per sperimentare personalmente questa sua forza - sul lavoro, in privato, in varie associazioni.
Solo pochi mesi fa (non sapevo che fosse malato), mi aveva fatto un enorme regalo: per il lancio del mio libro, scrisse un blurb particolarmente caldo e arguto - pieno pieno di passione culturale. Ma oltre alla cultura, Emanuele era dotato anche di un'altra qualità - forse ancora più rara e preziosa: aveva stile.
Da questo punto di vista, in un'epoca sguaiata come la nostra, essere stato vicino di banco (mi si perdoni l'accostamento un tantino arbitrario) di italiani come Corrado Augias, Piero Angela, Paolo Conte, Gillo Dorfles, Gianni Mura, Maurizio Pollini... e pochi altri, è un valore che fa entrare Emanuele in una speciale Hall of fame che è ben più importante di quella della pubblicità".