
Non so nemmeno chi sia, Paul Tilley, ma questa notizia mi fa provare dei brividi di angoscia. Si è buttato da un palazzo, a pochi isolati dalla sua agenzia, DDB Chicago (quella di Anheuser Busch, vedi post sul Superbowl).
40 anni. Quando era stato promosso, alla fine del 2006, creative department manager, aveva detto che si realizzava un sogno: 'a dream job', l'aveva definito.
Se leggete l'articolo, apparso oggi su AdAge, dice un paio di cose agghiaccianti: è durato poco più di un anno nel suo nuovo incarico, dopo che il predecessore era durato sei mesi, e già era sotto accusa perchè non aveva sviluppato il new business che prometteva, e perchè le sue pressioni sui creativi non avevano avuto successo. La competizione fra le agenzie negli Stati Uniti è a un livello inimmaginabile. Il bisogno di risultati a breve termine, l'impossibilità di tollerare gli insuccessi, il bisogno di dare segnali di cambiamento agli investitori scontenti distrugge alla fine chiunque.
A dream job but a tough job, sottotitola AdAge.
C'è un libro, Joshua Ferris, E poi siamo arrivati fino alla fine, And then we came to an end, la vita quotidiana in un'agenzia di Chicago. Leggetelo, se volete capire perchè di pubblicità si può morire.
ps: leggo ora che Tilley era stato attaccato nei giorni scorsi da agencyspy, un blog che metteva sotto accusa il suo stile di direzione dei creativi. Oggi lo stesso blog si pone degli angosciosi interrogativi: può una critica avere un effetto così terribile?
I commenti sono un pugno nello stomaco.